Caramori Massimo - 2014

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INTERVISTA A MASSIMO CARAMORI (giugno 2014)

Da qualche anno ti stai specializzando nella coltivazione di frutti antichi, in particolare sei molto orgoglioso delle tue pesche antiche, raccontaci…
L’idea principale che mi ha portato a coltivare la pesche antiche è stata di volerle riportare a me, riportare a me i frutti che mangiavo da bambino e che mio nonno, mio padre e i miei zii avevano coltivato per una vita, ma per uso familiare prima ancora che commerciale. Tutti i poderi una volta avevano il “broli” (in dialetto ferrarese), sorta di frutteto familiare che serviva per il proprio sostentamento; un giardino pieno di alberi da frutto, ce n’erano di tutti i tipi, si poteva gustare di tutto, dalla prugna alla ciliegia, fichi, pere, mele, uva, alberi da frutto che erano lì da cinquant’anni. Per un bambino come me, era come essere in paradiso. Coltivare frutti antichi per me significa riprendere da là, da dove ci eravamo fermati.
Tutti i peschi che ho piantato, infatti, producono frutti a pasta bianca, ossia le varietà più antiche, in quanto le gialle sono subentrate storicamente dopo. Mi piace in particolare parlare della “pesca della vigna”, una varietà tipica dell’Italia centro-settentrionale che è esistita fino agli anni ’50, hanno smesso di coltivarla quando hanno cominciato a tirar via le vigne, è stata “eradicata”, in termini tecnici, insieme alla vigna. La “pesca della vigna” si chiama cos’ perché si maritava con gli olmi, i pioppi e, appunto, con la vite: i padroni ne mettevano qualche pianta tra i filari perché serviva a dissetare gli operai durante la vendemmia, senza doversi assentare dai campi; essendo poi spicca, questa pesca era perfetta per tale uso, non aveva bisogno di essere tagliata, si apriva in due facilmente, evitando di sgocciolare e sporcare. Si trattava in sostanza di una sorta di marketing di fine Ottocento che riprende il detto popolare che dice “il villano è furbo ma il padrone è bieco”: il padrone, attento al suo bilancio, aveva capito che offrire ai lavoranti qualche pesca era più conveniente che mandare appositamente una persona a procurare dell'acqua e distribuirla a tutti i lavoranti in una sorta di pausa collettiva, ma anche che così non gli avrebbero mangiato dell’uva che, questa sì, avrebbe costituito una fonte di reddito una volta trasformata in vino.

Oltre ai frutti antichi, da qualche tempo ti sei appassionato anche alle orticole particolari, come la patata viola e i pomodori neri. Raccontaci dove li hai trovati e perché ti interessa così tanto sperimentare nuove colture…
Per noi ferraresi può essere una novità, ma la patata viola è una varietà salutistica molto apprezzata e conosciuta nel mondo. Proveniente dalle montagne del Perù e del Cile, e importata in Italia dai francesi, la patata viola è un prodotto alimentare che ha proprietà organolettiche straordinarie, tanto da posizionarsi addirittura sopra al mirtillo come antiossidante e per la vista, sopra alle melanzane come quantità di antociane contenute (sostanze che combattono i radicali liberi e contrastano l’invecchiamento delle cellule, prevenendo il tumore all’intestino e al pancreas, un toccasana per l’organismo. La pianta della patata viola è molto robusta e non teme la siccità, ma produce pochissimo e i suoi tuberi sono molto piccoli. Questa pianta, quindi, non interessa al commerciante perché non produce in grande scala: una piantina di patata viola non produce 1 chilo di patate, come generalmente fanno le altre varietà, ma all’incirca 200 gr. Ovviamente, a causa della sua bassa produttività la patata viola costa molto, il triplo/quadruplo della patata gialla. Io ne ho messe giù di due tipi, la Vitelotte e la Bergerac.

Di pomodori, invece, di che colori ne hai?
Ne ho di viola, neri, rossi e gialli. Sono piantine che costano una follia, 3.50 euro a piantina a fronte di 0,50 il pomodoro normale. Ma io sono un amante dei pomodori e desideravo coltivarli, provarli, assaggiarli. Ma la cosa curiosa è che li ho acquistati a Parma, nell’azienda fondata dalla produttrice di “Sex and the city”! Si chiama Roberta Mell, è un’americana che nel 2009, all’apice del successo televisivo, ha lasciato gli studi della Fox e della Hbo di Hollywood e New York, per venire a coltivare pomodori in Italia. La sua azienda ora coltiva circa 150 qualità di pomodori biologici di ogni forma e colore, provenienti da tutto il mondo, con l’obiettivo diffondere le varietà antiche tra gente che ha un piccolo orto o un piccolo terreno, come il mio, piuttosto che nelle grandi aziende. Siamo accomunati dalla medesima filosofia e siamo entrati subito in sintonia, io sono andato a visitare la sua azienda e lei è venuta a trovarmi nel mio piccolo fondo. Un bellissimo incontro.                      

Ritornando alla passione per le coltivazioni di una volta, chi ti ha raccontato tutte le cose che sai sui "broli", sui frutti antichi? Si tramandano?
No, purtroppo queste cose non le sa ormai più nessuno. Un po’ le ho ascoltate dagli anziani (come i miei zii che ora hanno 85-95 anni), un po’ le ho imparate negli anni, leggendo. Libri di storia, libri sul territorio, documenti anche di cent’anni fa (ho letto anche documenti d’archivio in un’antica chiesa a cui ebbi accesso durante un corso di restauro tantissimi anni fa), e poi riviste specializzate. Io amo studiare e conservare, in soffitta ho tantissimi libri vecchi e antichi. Ma devo ammetterlo, navigo tanto anche su internet!

Cosa si ricordano i tuoi zii di quei tempi?
Si ricordano le storie del barone Ricasoli, per esempio, perché mio nonno aveva la terra a Voghenza ed era affittuario del duca Massari, prima, e del barone Ricasoli poi. Mio nonno abitava nel podere “La Setta”, tutt’ora esistente, ed era presidente del caseificio che si trovava nella proprietà della Delizia del Belriguardo: aveva pecore, mucche, cavalli. Gli zii narrano che il nonno ad un certo punto abbia avuto da dire con uno dei fattori del barone perché questo avanzava pretese assurde e prepotenti, in quanto pare che mio nonno producesse più di tutti gli altri, aveva tecniche particolari e una grande conoscenza, era l’unico in zona che riusciva a commercializzare le mucche giuste. Ai tempi, infatti, c’erano le mucche di sinistra che lavoravano in un certo modo e le mucche di destra in un altro. Una delle due conduceva. Allora, a volte, arrivano da lui e gli chiedevano se aveva per loro una mucca buona da vendere, di sinistra o di destra, a seconda delle esigenze. La lite avvenne attorno alla metà degli anni ’40 e finì quasi in tribunale. Per mio nonnonon ci fu niente da fare  perché il fattore era il numero uno del barone ed era un segretario del Fascio, mentre lui non sapeva nulla di politica e aveva sette figli da sfamare. E’ venuto via da Voghenza ed è riuscito a trovare 90 ettari in questa zona, tra Jolanda e Ambrogio, in un fondo che si chiamava Nigrisola, di un commendatore milanese. I miei se lo ricordano come un dramma perché hanno dovuto “migrare” in un’altra terra e lontano dalla città: Ferrara era molto vicina a Voghenza, mio padre e i miei zii la frequentavano regolarmente; la stessa Voghenza era una bellissima cittadina ai tempi. Hanno dovuto spostare tutto con dei carri: attrezzi, mobili, suppellettili, bestiame. Lo ricordano come un viaggio lungo eterno, per quelle strade sconnesse di una volta. Da Nigrisola poi si sono spostati verso Copparo e, infine, qui al Pontino, il 25 luglio del 1958… e l’anno dopo sono nato, il 25 luglio del 1959.

La coltivazione dei frutti antichi si sposa bene con il tuo metodo di coltivazione, sempre più naturale. Quali sono i prodotti che utilizzi?
Innanzitutto, faccio tutto a mano, consapevole del male che mi faccio, ma anche del fatto che è fondamentale per la natura, per chi mangia e per me: lavorare in campagna è “terrapeutico”. Le concimazioni sono unicamente di origine naturale, ammendante in inverno (stallatico) e, quando la pianta comincia a risvegliarsi, faccio uso unicamente di cornunghia diluita in acqua, sangue animale e concime vegetale che fa da stimolante. Non uso nessun tipo di diserbante, uso solo il decespugliatore meccanico. Quando vedo che alcune piante soffrono, uso delle micorizze, microrganismi che vanno a lavorare sulle radici, rimettendole in sesto in breve tempo. Io ci tengo molto a non usare prodotti di sintesi e insisto con il consorzio che mi rifornisce di procurarmi i più naturali che ci sono in commercio, ce ne sono tanti ormai, è facile informarsi anche su internet. Essendo in tanti a utilizzare questo tipo di prodotti, chi fa il biologico ma anche chi segue come me la misura 214 della Regione per la lotta integrata volontaria, i fornitori ne procurano abbastanza spesso perché sanno che poi vanno via bene, anche se i piccoli produttori/soci come me ne comprano solo in esigue quantità. In un certo senso, si tratta di una sorta di acquisti di gruppo.

Mi dicevi che l’impostazione di un frutteto non è casuale, perché?
Il mio mezzo ettaro di frutteto si sviluppa per il lungo, cosa che risulta utile e comoda per lavorarlo ma che dal punto di vista dell’impollinazione, per esempio, è molto dispersiva. Purtroppo me ne sono accorto con il tempo. Per ottimizzare i risultati dell’impollinazione, ma anche della confusione sessuale nella lotta agli insetti nocivi, avrei dovuto piantare formando dei quadrati, in modo da concentrare le sostanze utili. Non avendo tanto terreno, del resto, ho dovuto sfruttare tutto quello avevo. Mettere pali e fili per il lungo, poi, è evidentemente più facile, come anche muovere macchine e attrezzi. Certo è che ci sono alcune piante che fanno fatica perché sono in una situazione sfortunata, come gli alunni in una classe: se in fondo, vicino alla finestra, un alunno si distrae più facilmente e segue meno; se una pianta è sistemata in una zona periferica del frutteto, riceverà meno di tutto.
Queste riflessioni hanno senso solo per chi lavora come me, in modo naturale, biologico. Per chi invece punta alla massima produttività, per chi bombarda le piante di prodotti chimici in modo che possano resistere in qualsiasi condizione, questi problemi non si pongono. Pensa che a me piace mischiare le piante, qui un susino, qua un pesco, a fianco un pero e davanti un albicocco. Io non punto di certo alla produttività, altrimenti non sarei qui; punto prima di tutto al rispetto per la terra, alla salute e al piacere di sentire gli odori e i profumi, di coltivare un bel giardino, vario e stimolante.

Oltra all'Hayward che produci ormai da tre anni, hai un nuovo innesto di kiwi Soreli, perché piantare una nuova varietà?
Il Soreli è una varietà ottima, è precoce e produce frutti grossi e dolcissimi, a polpa gialla. Li ho messi giù a fine inverno 2013, con impianto a doppia pergola, come avevo già fatto con l’Hayward. Nel giro di tre anni, a settembre 2016, dovrebbero entrare in produzione. Il Soreli però è una varietà un po’ difficile da coltivare, in quanto le sue piante maschio (Belen) sono recettive alla batteriosi e quindi potrebbe portare la malattia in tutto l'actinieto. In più, il Soreli fiorisce 15 giorni prima rispetto all’Hayward, quindi non si può nemmeno sfruttare l’azione impollinatrice del maschio di Hayward anche per il Soreli. Per impollinare le femmine, quindi, l’Università di Udine, con cui ogni tanto sono in contatto, consiglia di raccogliere il polline dall’Hayward maschio, conservarlo in frigo all’interno di un semplice sacchetto e spruzzarlo sulle piante l’anno successivo. Così farò e staremo a vedere. Oltre alla bontà del frutto, altro vantaggio del Soreli è che, essendo precoce, matura almeno un mese prima dell’Hayward, anticipando produzione e vendita del kiwi.